Dov'eravamo rimasti?

Un anno dopo, rieccoci al punto di partenza: alla vigilia, cioè, di Bologna-Spal.

O Giacomense, che dir si voglia. Il secondo scontro al Dall’Ara, tra le due compagini, del terzo millennio: che stavolta, quale onore, aprirà addirittura il campionato.

Mica male, come inizio: ma dov’eravamo rimasti? Ah già: all’ottobre 2017, quasi un anno fa. Con una Spal appena tornata dagli inferi, intesi come serie minori, e regolata al Dall’Ara per 2-1, di fronte a venticinquemila spettatori ( di cui cinquemila ferraresi): con rete di Poli ed autorete di Salomon, più goal inutile di Antenucci nel finale. Bei ricordi: ma ad oggi, una stagione dopo, che cos’è cambiato, da una parte e dell’altra?

Sulla sponda spallina, poco o nulla: nel senso di stesso allenatore, quel Leonardo Semplici artefice del miracolo-promozione e della bella salvezza dello scorso campionato, stesso modulo e formazione, con un Mattiello in meno ( ora rossoblù) e un Petagna in più.

Su quella bolognese, invece, praticamente tutto: nel senso di nuovo mister, nuovo portiere e nuovo capitano. Anno nuovo, vita nuova: una ventata d’aria fresca. Con un diktat preciso: vincere la prima per presentarsi bene al proprio pubblico, e non ciccare una delle partite più sentite degli ultimi anni. Forse il vero derby: o quantomeno, l’unico rimasto. Si prende quel che c’è, del resto.

L’anno scorso, dunque, fu vittoria felsinea: ma storicamente, quella coi ferraresi, è da sempre una partita ostica. Nel senso che, nel corso degli anni, la Spal ha fatto spesso punti Dall’Ara. Partendo sempre da sfavorita: un esempio? 1967: l’ultimo saccheggio di Bologna, in serie A, degli spallini: l’ultima prima del Grande Buio. Nel senso di cinquant' anni senza A. Somma, mica due giorni.

Comunque, tornando a quella partita: è il 12 novembre, fa già un bel freddino. Pascutti ci porta in vantaggio, Parola la pareggia, Tentorio su rigore per il 2-1, poi nella ripresa il patatrac. Il secondo di Parola e Brenna, nel finale, fanno la storia: sulla panchina ferrarese c’è un certo Francesco Petagna, nonno del neoacquisto Andrea. Nel Bologna Carniglia, che però non finirà la stagione: gli succederanno Viani e poi il sempiterno Cervellati. Per la Spal sarà il canto del cigno: ma anche per il Bfc, non è che gli anni seguenti saranno migliori, anzi. Se quella partita è da considerarsi come la fine di un’epoca? Assolutamente sì: quella dei Mazza e dei Dall’Ara. E di un derby, in generale, che dovrà aspettare tanto tempo, prima di essere rigiocato. E mai, se non ai giorni nostri, in massima serie.

Nei successivi quindici anni, infatti, Spal e Bfc non s’incontrano: e solo coll’avvento degli anni ottanta, col declino cioè del rossoblù, il derby tornerà a disputarsi. Prima in C: poi, nel decennio successivo, in cadetteria. Con un Dall’Ara comunque sempre sold-out: a dimostrazione di un match bello sentito. Specie da parte ferrarese: ma in fin dei conti, anche sotto le Due Torri.

Nella stagione ’93-94 la rivalità raggiunge il suo apice: è l’anno dei Quattro Derby, in serie C. Con un Bologna che vince nella regular season, ma perde poi la sfida d’andata in semifinale playoff: un ricordo tristemente indelebile. Zamuner e Olivares ci mandano all’inferno: un arbitraggio a dir poco discutibile fa il resto. A nulla servirà lo 0-1 del ritorno.

L’anno successivo è invece quello dell’ultimo Bfc-Spal dello scorso secolo/millennio: sempre in serie C. Al Dall’Ara, nonostante la pioggia, il pubblico rasenta le quarantamila presenze: per il terzo campionato italiano, mica male. Savi e Olivares ( nel frattempo passato al Bfc) decidono l’ultima sfida prima dei giorni nostri: con la fuga definitiva del Bologna, che tornerà al posto di competenza, e il declino della Spal, che comincerà a veleggiare tra C1 e C2, lasciandoci senza derby per ben 23 anni.

Il 2013 è l’anno della mazzata definitiva, in casa ferrarese: arriva il secondo fallimento nel giro di un decennio: si riparte dai Dilettanti. Ma proprio quando tutto sembra perso, ecco cominciare la risalita: con un nuovo presidente, Walter Mattioli, che nel giro di quattro anni riscrive la storia. Tripla promozione e ritorno in serie A dopo mezzo secolo. Mica male, come biglietto da visita.

L’anno scorso il ritorno: il derby perso per 2-1, al Dall’Ara, ma la salvezza comunque ottenuta all’ultima giornata. E la certezza di ritornare nel vicino capoluogo, per il tanto atteso match.

Qual è dunque il bilancio complessivo dei Bologna-Spal al Dall’Ara? Nettamente di colore rossoblù: dalla prima sfida datata 1920, giocata allo Sterlino e finita 6-0 ( miglior vittoria), fino a quella dell’anno scorso, vinta per 2-1, per un totale di 16 vittorie contro 6 sconfitte ( 1-3 nel ’65-’66, la miglior vittoria spallina al Dall’Ara: l’ultima assoluta invece nel 1992, in serie B, per 1-2), con due soli pareggi, uno datato 13 aprile 1952 ( 1-1 il risultato finale) il primo Bologna-Spal in massima serie del DopoGuerra, ed un 2-2 del 18 marzo 1956, l’ultimo pareggio al Dall’Ara tra compagine rossoblù e biancazzurra.

Domenica l' ennesimo capitolo da scrivere di queste sfida senza fine: tornata da un'altra epoca, improvvisamente, a riinfiammare nuovamente le due vicine città. Fondamentale dunque, in casa rossoblù, vincere per partire bene: e per non farsi sfottere dall’altra parte del Reno. Perché sennò, sai che palle fino al derby di ritorno…

 

 

 

Lo chiamavano Crisantemo

Ad oggi, marzo 2018, il consenso di Roberto Donadoni sotto le Due Torri pare ai minimi storici.

Se si candidasse sindaco, probabilmente, non prenderebbe nemmeno un voto: nemmeno il suo.

Eppure, dovesse finire la stagione in corso ( sicuro) ed iniziare quella successiva ( probabile, ma mai dire mai) il Dona, a fine ottobre 2018, toccherebbe i tre anni come allenatore del Bologna, fermandosi solo dietro ad Ulivieri, nell'ultimo ventennio, in quanto a longevità sulla panchina rossoblù.

Perché tra due partite saranno 100 ufficiali, col Bfc: da ieri, con la 98esima contro l'Atalanta, anche Stefano Pioli, fermo a quota 97, ha infatti subito il sorpasso.

E insomma, ridendo e scherzando Roberto Donadoni è già entrato giocoforza negli annali rossoblù: eppure nessuno, da queste parti, lo sopporta; nessuno lo vuole, nessuno lo può più vedere.

Deriderlo con nuovi soprannomi è diventato lo sport più praticato sotto le Due Torri.

Crisantemo, Becchino, Pretino, Mummia : i nomignoli con cui per la strade del capoluogo s'apostrofa il tecnico bergamasco, giorno dopo giorno, si moltiplicano inesorabili e senza pietà.

Crisantemo, forse, il più tristemente azzeccato: nato dopo una lite con la moglie di Cassano, ai tempi del Parma, quando appunto l'allenatore bergamasco fu paragonato al fiore dei morti, soprannome adottato in pieno, in tempi recenti, dagli abitanti della Grassa per riferirsi al proprio mister.

Troppo triste, appunto, troppo lugubre, il Donadoni, per una città piena di voglia di vivere come Bologna: ma è solo una questione di antipatia a pelle, e incompatibilità ancestrale, o c'è dell'altro?

Facciamo un rapido passo indietro: ottobre 2015, il Bologna è tornato in serie A da due mesi, ma la partenza è orribile, sei punti e terz'ultimo posto, che costringono all'esonero di Delio Rossi.

Al suo posto, appunto, Roberto Donadoni: che ancora non era Crisantemo, almeno a Bologna; ma che sotto sotto, forse, già lavorava per diventarlo.

Il secondo tecnico dell'era Saputo, scelto da Pantaleo Corvino.

Ma che Bologna trova, ad aspettarlo? Mica malaccio, tutto sommato: c'è Destro, Giaccherini, Mirante, Brienza, Diawara...

La classifica mente, la squadra è buona: il Dona ha voglia di rilanciarsi, dopo l'ultimo anno disastroso al Parma ( segnato dai famosi guai economici di Ghirardi and co).

E sotto le Due Torri il tecnico bergamasco si rilancia: alla prima è un trionfo, proprio contro l'Atalanta, con un secco 3-0 che fa ben sperare per il futuro.

Poi si vince a Verona, contro l'Hellas: due vittorie di fila, mica male come inizio.

Pareggio con la Roma, stop a Torino e successo prestigioso col Napoli, in quel momento primo in classifica: come biglietto da visita, in effetti, più che accettabile.

Si arriva a Natale con prospettive decisamente diverse da quelle d'inizio stagione: i tre punti ottenuti a Milano, col Milan, sembrano inaugurare nel migliore dei modi il 2016.

Al giro di boa il Bologna è 15esimo, con 22 punti: considerando l'inizio traumatico, c'è da star contenti; i tifosi approvano il Dona, per il carattere mite ed umile, i giornali lo celebrano, per aver ricompattato la squadra e averle fatto superare il trauma dell'inizio, insomma: la città pare soddisfatta del suo nuovo tecnico, e si prepara ad affrontare il girone di ritorno sotto i migliori auspici.

L'apice del momento d'oro è il 19 febbraio, quando al Dall'Ara i Donaboys bloccano la Juve dei record, alla caccia della 16esima vittoria consecutiva.

Il Bologna non solo ferma la corsa dei bianconeri, ma anzi, per poco non porta a casa i tre punti.

Quella notte sarà l'apice del periodo donadoniano sotto le Due Torri: peccato solo che ormai sia già vecchia di due anni ( ed idealmente lontana anni-luce...); ma nell'anticipo di quella 26esima giornata parlano i fatti: Bologna imbattuto contro la Juve schiacciasassi e nono in classifica.

Nono.

Per la prima volta dopo almeno un decennio si guarda alla parte sinistra della graduatoria: tutto merito di Donadoni, dicono i giornali, col quale si potrebbe finalmente aprire un ciclo vincente.

Invece, di lì in poi, quella che sembra un finale di stagione in ascesa subisce un brusco arresto: nelle restanti 12 partite il Bologna mette insieme la pochezza di otto punti, con in mezzo la pesante sconfitta di Napoli per 6-0 e quella casalinga contro un Hellas praticamente già retrocesso.

Ad un certo punto si arriva quasi a temere per la salvezza ( i fantasmi del 2005 non ci hanno mai abbandonato), ma la vittoria col Genoa scaccia via i brutti pensieri: il Bologna finisce 14esimo a 42 punti, tutto sommato non male, per una neopromossa...

Per il momento va bene così: il pensiero comune giustifica, per così dire, il brutto finale di campionato per lo sforzo incredibile fatto tra gennaio e febbraio, segnando nella stagione successiva, quella 2016-2017, l'anno del fatidico alzamento dell'asticella.

Donadoni ovviamente è confermatissimo in panchina: ha un contratto fino a giugno dell'anno seguente e niente e nessuno, in società, ha intenzione di interrompere il rapporto.

Leggenda vuole che rifiuti addirittura il ritorno in nazionale, per sostituire Antonio Conte, pur di proseguire l'avventura in rossoblù ( che si sia pentito, a posteriori?).

D'estate però avvengono dei cambiamenti: via Corvino come ds, dentro Bigon.

Parte Diawara, dopo la patetica telenovela estiva, via anche Giaccherini: dentro i semisconosciuti Verdi e Di Francesco, forse non i sostituti che il Dona si era aspettato.

Ma tant'è: ai blocchi di partenza c'è un Bologna più giovane, forse meno esperto, ma con tanta voglia di stupire; per la prima stagione completa del mister lombardo le premesse sembran buone.

Ottimo esordio in coppa, dove viene annientato il Trapani ( finalista di B dell'anno precedente), vittoria alla prima col Crotone, poi pesante stop nella Torino granata: e di fatto così il Bologna farà per il resto della stagione, con un cammino altalenante identico alla stagione precedente.

Quando i ragazzi sembrano spiccare il volo, infatti, ecco la sconfitta che taglia le ali: a febbraio 2017 si perde 7-1 in casa col Napoli, un'altra batosta coi partenopei che rompe qualcosa, forse, a livello mentale, destinando i rossoblù ad un altro finale in discesa, se possibile ancor più deprimente.

Morale della favola: alla fine il Bologna conclude 15esimo a 41 punti, in pratica un risultato un pelo peggiore alla stagione 2015-2016, per il risultato di una crescita lenta e graduale che però pare non soddisfare il pubblico, sempre più irrequieto nei confronti del suo mister.

La dirigenza però approva l'operato del tecnico, tanto che a giugno gli rinnova il contratto per due anni: e siamo ai giorni nostri, ai nastri della partenza della stagione 2017-2018.

L'uscita dalla Coppa col Cittadella, per il modo in cui è avviene, è traumatico: ma per fortuna in campionato il Bfc parte benino, pari col Toro e vittoria a Benevento.

L'undici titolare è praticamente identico a quello dell'anno prima, con l'aggiunta dell'esperienza di Palacio e Poli, e del tandem Gonzales-De Maio in difesa.

Alla fine del girone d'andata il Bologna ha 24 punti: miglior risultato degli ultimi dieci anni.

Eppure, la sconfitta in casa con l'Udinese, quella che dovrebbe essere la partita della svolta verso la parola impronunciabile ( Europa) fa capire che si assisterà all'ennesimo campionato da media classifica, con salvezza anticipata a marzo e amichevoli finali da aprile in poi.

Tanti i moduli cambiati, dal 3-5-2 al 4-2-3-1, tanti giocatori, ma tanti davvero: molte idee, per lo più confuse, campionati tranquilli, modesti, senza riuscire ad ambire a qualcosa in più.

Forse questo pesa principalmente su Donadoni: la mancanza d'ambizione, di non riuscire a spronare i suoi verso traguardi più gloriosi di una semplice salvezza.

Ma forse c'è anche dell'altro: il rapporto a luci e ombre con Destro, il caso-Verdi ( quando il Dona dice che al suo posto se ne sarebbe andato), le tante sconfitte, il gioco mai decollato: insomma, a marzo 2018, la città pare aver definitivamente bocciato il suo mister, legato comunque da un contratto d'oro al Bologna, da ben un milione a stagione ( ottavo allenatore più pagato).

Ci si aspettava altro da lui? Di certo non lo scudetto, non l'Europa, nulla di tutto ciò.

Magari qualche bella vittoria in più.

E poi quel carattere che alla lunga, alla luce dei non esaltanti risultati, ha finito per comprometterlo irrimediabilmente agli occhi del bolognese: poco entusiasmo, niente battuta pronta, depressione...

Sembra di rivedere in effetti i tempi di Guidolin, quando lo si apostrofava Pretino per quel carattere da sacrestano di una parrocchia di provincia: sperando di non rivedere un finale simile...

Perché ad onor del vero, a difesa parziale del mister, ricordiamo che si parla di un vice-campione del mondo, tra i calciatori più forti della sua generazione ed ex allenatore della Nazionale, del Napoli, del Parma arrivato sesto in campionato...somma non proprio di uno sprovveduto.

La città, però, ha già emesso il suo verdetto, incontrovertibile: Crisantemo non piace, deprime.

Ma allora, forse, da queste parti ci vorrebbe un clown: uno che faccia ridere.

Forse è per questo che Mazzone qui era tanto amato.

Donadoni e il Bologna, una storia che va avanti da ormai tre anni, ma della quale ormai nessuno dei due amanti sembra più convinto: come quando una coppia, nonostante abbia capito di essere incompatibile, si trascina stancamente verso la fine inesorabile.

Decifrare il pensiero della società pare oggi impossibile: ma probabilmente nemmeno nella alte sfere di Casteldebole sono estasiati, perché va bene il progetto di crescita lenta e graduale, ma quando sei tra gli allenatori più pagati della serie A, insomma, ci si aspetta qualcosa in più.

Lo chiamavano Crisantemo.

E di certo, non per fargli un complimento...