Un weekend a Juventus

Se c’ero mai stato a Torino? Tre volte: due per motivi calcistici (nel 2015 sponda Juve, l’anno scorso sponda granata…poche gioie in entrambe le occasioni) più una veloce visita alla Mole, nell’afoso luglio di un anno non specificato ( ero piccolo, chi se lo ricorda…di certo c’era già Renzi in politica ); quindi, in sintesi, sì, c’era stato a Torino, ma mai di più che per una semplice toccata e fuga: per questo la trasferta al Gobbo Stadium, se sommata a diversi amici di stanza da quelle parti, da andare a trovare, diventano l’occasione perfetta per unire l’utile al dilettevole, e cioè un soggiorno prolungato sotto la Mole, per visitarla con calma e trarre infine conclusioni da mettere in prosa ( ovviamente contestabili).

 

Premessa: dirò la verità, mi ha sempre intrigato capire di che colore calcistico sia realmente Torino. Se del granata torinista o del bianconero juventino. Sulla carta si direbbe che non c’è storia, nel prevalere della prima, ma…ne siamo proprio sicuri? Parto dunque con l’intenzione, in primis, di capire quale sia la squadra più tifata da quelle parti e di scoprire anche come parlano i locali, unico popolo italiano del quale non riesco ad imitare la cadenza, nonostante le presenze frequenti in tv di torinesi doc come Marco Travaglio e Alba Parietti ( già, ma voi riuscireste a fare un’imitazione della loro parlata? Io sinceramente no).

Ah, e ovviamente anche a sentire qualcosa del cibo locale. Che ci sta sempre.

Quindi, morale della favola: a mezzogiorno e mezzo di venerdì 4 maggio eccomi a Porta Susa, dopo un viaggio di sole due ore (adoro i regionali, ma in questi casi l’alta velocità è una bella svolta, considerando le cinque ore e i tre cambi che devi fare col treno-base…), cielo ovviamente grigio-piombo, dalle sfumature per nulla rassicuranti, con serie minacce di pioggia: insomma, tipico clima locale. Che ben si sposa, a pensarci, col passato austero e aristocratico della città, già capitale del neonato Regno d’Italia (dal 1861 al 1865), ma già in realtà da tempo centro nevralgico di Casa Savoia, che da queste parti pone le sue radici storiche e culturali, come si avrà occasione di vedere.

Basti pensare a Corso Vittorio Emanuele II, un vialone di 4 kilometri (4!) che passa proprio vicino alla stazione: ed è proprio lì che mi aspettano i contatti del posto, cioè, del posto nel senso che lì ci abitano per motivi di università, ma bolognesissimi, col Dado a fare da rappresentate per tutti, per la serie “mi casa es tu casa” (adattato ovviamente in “ la mi cà lè la to cà”, in vero bulgnais style). Proprio in quel frangente ci passa vicino il pullman del Toro, diretto, come scopriremo dopo, a Superga, per il memoriale della tragedia che cade proprio quel giorno: la basilica, dal centro, si vede come un puntino lontanissimo, raggiungibile dopo un rapido calcolo in un’ora e passa con mezzi vari: troppo, a pensarci…Ci si accontenta dunque di un giro per il centro, dove la Torino risorgimentale si mostra in tutta la sua maestosità.

Tantissime le statue, le piazze, i monumenti, dedicati agli eroi dell’unità nazionale: con ovvia prevalenza di Vittorio Emanuele II, ma non solo; c’è anche spazio infatti per gli esponenti di Casa Savoia del passato, come il duca Emanuele Filiberto ( non il principe-cantante, per la cronaca…).  E’ dunque qui che Torino scopre la sua vera natura, aristocratica e regale, un po' francese e molto sabauda, capitale in pectore del Regno, ma anche polo del miracolo industriale durante il secondo dopoguerra, contea incontrastata della Fiat e degli Agnelli, la dinastia ufficiosa post Savoia, e quindi anche grande centro d’immigrazione dal Sud, sempre dal ’45 in poi.

E quindi, rispecchiando sempre il calcio i tratti socio-culturali di ogni città, vien da chiedersi in maniera naturale quale delle due squadre di stanza a Torino rispecchi l’una o l’altra anima, o meglio, quale tra Juve e Toro rappresenti appieno l’animo torinese, in un giusto compromesso tra le parti. In principio, si sa, nacque prima la squadra bianconera, fondata da nobili piemontesi e fin da subito tra le regine del pallone italico: ma già dagli anni trenta, per il suo carattere sempre più proteso ai confini extra-torinesi, la Vecchia Signora cominciò a perdere il ruolo di rappresentante della città, che da quel punto in poi divenne esclusiva del Toro: ma la retorica attorno a cui si è costruita la nomea granata, quella cioè del guerriero orgoglioso che non molla mai ( che tradisce, per così dire, umili origini…) quanto c’azzecca col passato reale della città?

Non è facile arrivare ad una conclusione: come si legge in un bell’articolo sul web, la verità sta come sempre nel mezzo, e cioè che le due squadre rappresentano le due diverse anime della città, quella cioè diretta alla modernità e al successo, la Juve, la cui frase-slogan “ Vincere non è importante, ma l’unica cosa che conta” racchiude tutta la sua poetica, e quella votata invece alla difesa della tradizione e dell’orgoglio locale, come detto nel celebre motto “ Torino è stata e resterà granata”, sulla sponda torinista. Già, ma quale orgoglio: quello savoiardo o del miracolo industriale del secondo Novecento?

Mistero della fede: granata, ovviamente. Che di certo, ad oggi, è per ovvietà di cose la più chiara rappresentante della torinesità. Ma che deve fare anche i conti con la Vecchia Signora: la squadra degli Agnelli, ovvero la piemontesità allo stato puro. I veri eredi dei Savoia. Arrivare ad una risposta definitiva non è facile, ma di certo c’è che il derby della Mole è più vivo e vero che mai: in barba a chi dice che non abbia fascino. Ed è forse proprio la Juve, con la sua presenza ingombrante e fastidiosa, più adatta alla caratteristiche di una città come Milano ( così fashion ed elegante, dove infatti raccoglie un bacino d’utenza vastissimo) che alla vecchia e tradizionalista Torino, a rendere questa sfida in fondo unica, tra le più sentite del Belpaese.

Ma abbandonando questa disgressione socio-filosofica, che mai potrà avere risposta in queste poche righe, torniamo al soggiorno torinese: dopo una notte sul Po' al Just Wine locale (15 euro per due spaghetti e del vino imbevibile…), un giro mattutino in zona Duomo ( con saluto alla Sindone) l’orario X della partita s’avvicina in maniera inquietante; arrivare allo Stadium, che è ovviamente lontanissimo dal centro storico ( quasi a dimostrazione del fatto che la Juve non c’entri nulla con Torino città, ma non perdiamoci oltre in queste chiacchere da Bar Sport, o non la finiamo più) non è di certo una semplice impresa; con l’autobus è una bella odissea di un’ora abbondante, considerata la posizione geografica dell’impianto, sito nella parte industriale della città ( per intenderci, come se da noi lo stadio fosse a Medicina).

In tutta onestà lo Juventus Stadium ( non ce la faccio a chiamarlo Allianz) è di un’altra categoria: sia da fuori, dove con le Alpi sullo sfondo offre una cartolina indimenticabile, sia da dentro, dove sembra di entrare uno dei migliori stadi della Bundesliga. Meno indimenticabile è il panino che mangiamo fuori dallo stadio, decisamente rivedibile: 6 euro per un pane che sa di plastica, salsiccia bruciacchiata e verdure che della verdura vera e propria non hanno nemmeno l’aspetto. Ladri in tutto e per tutto, sti juventini: con la nostalgia del paninaro del Dall’Ara, e la sua insostituibile porchetta, che crescono più forti che mai.

Capitolo biglietto: i 35 euro per il settore ospiti sono forse i più giusti, in proporzione, dell’intero sistema italico. E il che è tutto dire. Cioè: sono scandalosi, per dire, i 25 per la piccionaia di San Siro, da dove vedi la partita col binocolo. Qui invece sei sul campo, quasi letteralmente, con i gobbi affianco, a pochissimi metri, con cui instaurare simpatici sketch dedicati all’amore fraterno tra tifosi Dai, anche alla luce di questo, 35 euro li spendi eccome.

Sulla partita preferirei non soffermarmi troppo, dato il finale da copione: l’illusione dura quarantacinque minuti, qualcosa in più forse. Guai a citare Renoir, perché di grande illusione qua non si è mai trattato: alzi la mano chi c’ha creduto davvero, anche un attimo, di uscire imbattuti dallo Stadium. Nonostante il vantaggio. Nonostante un tempo concluso in maniera vittoriosa. Dai, non scherziamo: è bastato l’ingresso di Douglas Costa a chiudere la pratica in quattro e quattr’otto. Quando si son messi a far sul serio, senza nemmeno impegnarsi troppo, c’hanno liquidato in un niente: nessuno sorpresa, per carità. Pazzo semplicemente chi c’ha creduto per davvero, anche solo per un minuto. Pazzo? Fuori di testa, totale.  Ma il tifo ti porta a questi paradossi. E’ normale.

E comunque spendere ulteriori parole sulla partita sarebbe deleterio, oltre che doloroso: la Juve con la vittoria s’aggiudica di fatto lo scudetto, il Bologna con l’ennesima sconfitta, seppur onorevole, conquista la gratitudine del pubblico ospite presente, ma fa prendere una piega sempre più negativa ad una stagione neutra, talmente anonima nel complesso da lasciare sgomenti

Postilla sul match: all’inizio della partita nella curva bianconera viene esposto un enorme striscione indecifrabile, che gioca sul motto juventino di cui sopra, in cui il verbo “vincere” è sostituito da un curioso neologismo, “incistare”, o roba del genere (che si scoprirà poi esser stato coniato da un capo ultras juventino in un’intervista settimanale, nel tentativo di dire “incitare”). Notizie che scaldano il cuore, nella loro innocente ed ingenua ignoranza.

Capitolo ritorno: tocca prendere l’autobus con tutti i gobbi. Schiacciati come formiche. La voglia di chiedere se qualcuno tra i presenti è del posto sale, ma a sentire le varie cadenze capisco che è una battaglia persa in partenza. L’autobus di Babele: tutte le lingue, tranne il torinese. Proprio la squadra di Torino, certo. Come no…                                        Con le ultime forze si passa il resto della serata nella parte universitaria della città, una sorta di via Petroni torinese: con tanti in maglia bianconera, che anticipano la festa-scudetto.

Il giorno dopo il risveglio è traumatico: i giorni di camminata si fanno sentire, ed alle 16 e 30 c’è un treno di ritorno da prendere. Ma bisogna portare a termine gli obiettivi prefissati: sentir parlare qualcuno del luogo e mangiare qualcosa di tipico. Quest’ultima missione è facilmente risolvibile: la città pullula di trattorie torinesi doc dove mangiare agnolotti, la bagna “cauda”, e via dicendo, ma le finanze richiamano all’ordine, e causa anche un orario improvvisamente tardo ( son talmente ladri che da quelle parti ti rubano anche il tempo…) si opta per un classico tagliere ad un certo “Signor Panino”, posto che si distingue in negativo per i tempi spaventosamente lunghi.

In realtà il tempo per provare una delizia locale c’è: il Bicerìn, caffè con cioccolata e panna, la cui gigantografia fa da stemma in tutti i bar, in maniera epica, per far colpo sugli ingenui turisti. Ed il sottoscritto, che in quanto a facile preda pubblicitaria rimane il primo della lista, ci casca in pieno: buono, per carità, ma nulla di trascendentale. Alla cassa, poi, la sorpresa: 5 euro a Bicerìn. Certo, il fatto che il prezzo non fosse specificato da alcun parte avrebbe dovuto far riflettere.    Alla fine la spesa complessiva del pranzo è praticamente di poco superiore al solo Bicerìn. Ottima strategia finanziaria. Fottuto Bicerìn: prima e unica volta che lo prendo, giuro. A Bologna lo puoi prendere a 50 centesimi alle macchinette dell’università, con l’aggiunta di un po' di panna casalinga. Solo che non ha un nome altisonante in dialetto torinese, ma solo e semplicemente “caffè con cioccolata”…

Nel tempo che passo a maledire il maledettissimo Bicerìn, l’orologio corre e si son già fatte le 16: dopo una breve visita a piazza San Carlo, a due passi dalla stazione, mi dirigo con largo anticipo verso il binario, per evitare spiacevoli sorprese. Salutati Dado e compagnia, che ritroverò presto ( probabile un’altra visita da quelle parti per vedere le Langhe e, il 5 giugno, Italia-Olanda), mi accorgo in extremis di aver mancato clamorosamente un obiettivo: sentir parlare qualcuno del luogo.

Cioè, qualcuno l’ho anche sentito, ma di sfuggita, senza farci troppo caso: così comincio a cercare indigeni del posto, per la stazione, conscio della difficoltà dell’impresa ( e del tempo che scorre implacabile…); ne fermo così una, che non è neanche male. Le chiedo di dov’è, se è di qua, se può darmi informazioni.

Dai, sentiamo un po' sto accento torinese.

Risposta “ Mmm…non so…son di Napule…”.

A posto così.

Sarà per la prossima volta…

 

La Champions vinta quest'anno dalla Juve, custodita nei Palazzi Reali

Gobbo Store