Un giro a Nizza ( e dintorni)

Se ero mai stato a Nizza? In realtà no: e nemmeno in Francia, a dirla tutta.

Il motivo? Non ben specificato: nel senso che non c’era mai stata l’occasione, tutto qua. Mica per un astio ideologico o boiate simili: perchè al sottoscritto, per certuni aspetti, la nazione transalpina affascina pure. Meno per altri, come è ovvio che sia. La cucina e l’igiene, per dirne due a caso.

Ma andiamo con ordine: perché proprio la Costa Azzurra?

E soprattutto: perché proprio Nizza?

E perché no, verrebbe da controbattere. Nel senso che quando è estate e ti propongono un viaggio in un posto nuovo, per lo più tra i più famosi e rinomati del Mediterraneo…quale oscuro motivo potrebbe far rinunciare? Quindi, morale della favola: partenza da Bologna, col classico Flixbus, e tappa intermedia a Genova, dopo 4 ore di pullman passati tra la Via Emilia e la lunghissima boscaglia parmigian-spezzina. Fuori è un forno: ma seriamente. E anche la città della Lanterna, notoriamente più “fresca”, non sfugge stavolta all’ondata calorifera: a girare per i vicoli genovesi si fanno letteralmente i sughi. Per fortuna che c’è la cucina del posto, a rincuorare: pizza al pesto, focaccia di Recco, farinata di ceci e birra ligure…e chi più ne ha più ne metta. Così sì che si ragiona: e solo la sera si torna a respirare. In giro per i tipici vicoletti, a scolare qualche pinta per mitigare un po’ il clima: e far due chiacchiere con dei locali, a tema ovviamente calcistico. Domanda diretta: Genoa o Samp? Genoa. Solo e soltanto Grifone: anche se ammettono che dalle parti della Lanterna è un vero e proprio 50 e 50. Ed è proprio questo, forse, a rendere il derby genovese il miglior dello Stivale. Tra i più sentiti di certo: con i muri della città genovese a far da testimoni, in tal senso ( “genoano gabibbo”, “doriano ciclista”, e via dicendo: le scritte contro l’uno o l’altra fazioni si susseguono per tutta la città…).

Tornando a noi, comunque: dopo una notte infernale in un ostello praticamente sui monti (con camerate che ricordano quelle di un carcere, anche se tra i compagni di viaggio c’è chi giura di aver visto ben di peggio) si riparte la mattina dopo in pullman, ancora, per l’ultimo tratto da percorrere: Genova-Nizza, distanti solo due ore e mezza. A dimostrazione di come, una volta giunti in Liguria, la Francia sia solo ad un tiro di schioppo. Quindi finalmente ecco l’arrivo in terra transalpina: più precisamente all’aeroporto, il secondo più trafficato dopo Parigi. Da lì navetta gratuita e via subito per la Promenade des l’Angleis, il famosissimo lungomare nizzardo, luogo del terribile attentato di due anni fa. C’è da dire che non essendo mai stato in precedenza, nella città nizzarda, il sottoscritto non potrà fare un paragone tra il prima e il dopo: anche se le strade, a primo impatto, sembrano parecchio trafficate e il turismo pare andare alla grande. Come Barcellona, dunque, anche la città nizzarda pare essersi rialzata in fretta: frettissima. Perché del resto “the show must go on”, e cessare le proprie attività, chiudendo bottega, equivarrebbe poi a dar ragione ai terroristi. La Costa Azzurra si mostra dunque in tutto il suo splendore: con le sue spiagge fatte di sassi, l’acqua cristallina e il traffico aereo all’orizzonte. Bellissimo. Meno i prezzi: e la cucina, pure. Il motivo? Il caffè costa due euro, l’acqua mai meno di 1,50. E per quanto riguarda l’aspetto culinario, non c’è da stare sereni: i piatti nizzardi tipici, se così davvero si possono chiamare, rivelano infatti una pochezza, in termini di originalità e similari, davvero disarmante: la tanto decantata salada nicoise altri non è infatti che due foglie con tonno e uova, che ti fai uguale al market a metà prezzo, e la soccà, nome fantomatico e misterioso, altri non è che non un nome francese per indicare la tipica farinata di ceci ligure. Poco originali e pure copioni, sti francesi: poi ovvio, anche il sottoscritto e i compagni ci mettono del loro, per mangiar male. Nel senso che affamati ed un passo dal tracollo, la prima sera, per disperazione si finisce per ripiegare su un patetico ristorante pseudo-italiano ( “Il Diavoletto”) a mangiare la pizza, cioè, meglio: quella che è la versione tarocca, e francese, quindi immangiabile, della nostra cara pizza italiana.

10 euro per una margherita surgelata: e tanti saluti.

A Nizza comunque l’italianità esce da tutti i pori. Nei ristoranti, per l’appunto, ma non solo: perché da ste parti tutti, o quasi, capiscono la lingua di Dante. E per forza: qui, fino a 150 anni fa, si era in Italia. In territorio savoiardo, per l’esattezza. E dunque pare ovvio che, nonostante una forte francesizzazione della città, intesa come immigrazione interna dal nord, rimangono ancora oggi evidenti tracce del passato italiano: un esempio? Alla fermata del bus, per colpa di un mezzo che non passa, uno del gruppo si lascia andare in espressioni, per così dire, colorite (“ va bè” dice “tanto qui non mi capiscono”). Una signora però, con palese accento transalpino, lo contraddice  “Capiamo tutto, bello”. E per forza: la cessione alla Francia di Nizza, all’epoca osteggiata da un noto personaggio locale ( un certo Signor Garibaldi, che rivive in una famosa fermata del tram a lui dedicata ), risale al 1860, mica al Medioevo. Poi certo: ad oggi la città è certamente più transalpina che nostrana, anche se rimane una forte presenza della culture ligure (evidente soprattutto nei piatti copiati), più quella prettamente locale, che da ste parti rimane tra le strade, come a Barcellona, nell’ evidente e romantico bilinguismo. Dunque, quella che noi chiamiamo Nizza e i francesi Nice, chiamasi in realtà Nissa, nel vero dialetto nizzardo. Col calcio, come al solito, a porsi come veicolo per la sopravvivenza dell’identità locale: con lo stand della squadra, posto proprio in pieno centro, a fare da baluardo e simbolo identitario. IssaNissa, lo slogan più ripetuto: forza Nizza, nella lingua locale.

Garibaldi approverebbe. E poi cos’altro? Villafranca sul Mare, che dista solo cinque minuti di treno, ma anche una visita al Principato di Monaco, una mezz’oretta a dir molto: lì dove la ricchezza è davvero di casa. Tra Porche, Lamborghini e Ferrari, e via andare. In quanto te lo giri il piccolo staterello tra Italia e Francia? Due ore, massimo: bella la parte vecchia, quella di Monaco ( che, si scopre, si chiama così perché il capostipite dei Grimaldi, Francesco, sottrasse la fortezza ai genovesi con un travestimento per l’appunto da frate cappuccino), più chic e orrendamente moderna Montecarlo. De gustibus, come sempre: ma dove la storia e la cultura lasciano spazio al business, puro, freddo e senza freni, c’è poco di interessante per il sottoscritto. Si passa poi di fronte allo stadio, Il Luigi Secondo: che purtroppo è chiuso al pubblico nei giorni feriali, e quindi niente giro dentro: poi bagno a Capo d’Aglio e ritorno alla casa madre. Il giorno dopo si va a Cannes, città sulla carta già della Provenza: nei posti dove fanno il famoso festival del cinema e nei vicoletti ancora molto genovesi, con scenari pressochè identici a quelli visti nei giorni precedenti. Con prezzi, se possibile, ancor più folli. Ma tant’è: la sera, comunque, la si passa sempre sul Lungomare Nizzardo, e sarebbe del resto strano il contrario: sulla spiaggia di sassi si beve e si ascolta musica, principalmente contemporanea francese, che al sottoscritto piace parecchio, ma che in Italia al grande pubblico sembra non voler proprio arrivare ( Lartiste, Pnl, L’Algerino, Soolking e Am).

E poi, cos’altro ancora? Episodi di minore importanza, o forse enorme, a seconda dei casi: pattumiere che profumano (per un misto ripugnante), sosia di Balotelli onnipresenti, polizia un po’ ovunque, l’Orangina, il pan bagnat e tanti francesi “acquisiti”, nel senso di italiani, che a sentire la loro lingua originaria si commuovono, e sgomitano per entrare nei discorsi. L’esempio? Una signora di mezz’età alla fermata: che dà lezioni di orienteering, e chiede come vanno le cose, da noi. Bene, la risposta: ma lei tornerebbe? No, fa: si sta molto meglio qui. Anche se lo ammette: qui si mangia davvero male. Dimèrd. E la vera pizza, dice, le manca un bel po’…