Un giro per Barcellona

Se ero mai stato a Barcelona e dintorni? In realtà no: e nemmeno in Spagna a dirla tutta.

Che poi il solo nominarle insieme, nella stessa riga, sa quasi di sacrilegio: perché dalle parti della Catalogna e della sua capitale non è che si sentano proprio spagnoli. Anzi: proprio per niente. E chi conosce la storia e la cultura locali sa anche il motivo, o meglio: i motivi, al plurale. Che non si possono sintetizzare così, in due parole: basti però sapere che, veder sventolare il tricolore spagnolo, da queste parti, risulterà una missione a dir poco impossibile. E per forza: quando ti proibiscono di parlare nella tua lingua natìa, per quasi quarant’anni, come prenderla se non in questa maniera?

Ma andiamo con ordine: perché proprio Barcellona? (e d’estate poi, che non è proprio il periodo migliore per andarci: tra prezzi triplicati, caldo estremo, taccheggiatori…). Per i motivi sopra detti e per altri a scelta del lettore; che potrebbero essere la curiosità del calciofilo medio (sulle tracce del Camp Nou e di Messi), ma anche la visita ad una città colpita, proprio un anno esatto fa, da un ignobile attentato ( per verificarne lo stato di salute attuale, 365 giorni dopo), o forse la semplice voglia di sfuggire dalla Calda Bologna, che d’estate è un forno, unita al viaggio verso un amore perduto, come in un melodramma d’altri tempi…perché in fondo, ogni pretesto è buono per partire.

Morale della favola, dunque: via con volo Vueling, e dopo una sola ora e mezza di viaggio ecco l’arrivo al Prat, l’aeroporto cittadino che dà direttamente sul mare. Interno dell’impianto che, sinceramente, lascia subito perplessi: il motivo? Semplice: le scritte sono in tre lingue. Spagnolo, inglese e…catalano. Che in realtà campeggia sempre e comunque sopra le altre due, quasi a voler ribadire chi è che comanda da questa parti. Quindi non c’è da meravigliarsi se la scritta “Bevinguda!”, in lingua locale, preceda quella in spagnolo standard di “ Bienvenido!”: e già qui un primo dubbio si pone, nel senso di capire come riesca, una città volta così al futuro come Barcellona, al pari di una Parigi o Londra, a coniugare al contempo questa strenua difesa della tradizione e del passato. Mistero che si tenterà di andare a risolvere.

Di certo c’è che Barcellona, d’estate, si presenta come un enorme Torre di Babele in orizzontale, dove specie nelle zone più turistiche (ma non solo) si sentono le più svariate lingue: sì, se ve lo state chiedendo, anche e soprattutto l’italiano. Per un turismo di massa, in generale, che nel periodo estivo si biforca tra versante marittimo ( nonostante Barcellona non nasca di certo come città di mare) ed artistico, fino a dar vita ad un insieme indecifrabile dai più svariati volti.

Perché Barcellona questo è: un ossimoro vivente, la congiunzione tra opposti che si tasta a mano per le strade ( dove per l’appunto, una città così aperta e tollerante, sulla carta, si trasforma ad ondate nel peggior nemico dello stato spagnolo, spauracchio per l’intera unità del Regno) dalla cucina, con il misto mare-monti a far da aspetto peculiare ( si pensi alla paella, ma anche ad altri piatti tipici del posto, famosi per unire insieme gli antitetici pesce e carne) al calcio, come sempre riflettore della realtà sociale, col Futbal Club Barcelona, squadra tra le più famose e tifate al mondo, simbolo dell’indipendentismo catalano( “mes que un club”) e marchio internazionale tifato dall’America all’Asia.

Un bel rompicapo a pensarci: che non aiuta di certo a far chiarezza in tal senso.

Perché a volte, anche da queste parti l’incantesimo si spezza: e l’episodio dell’anno scorso, con la Guardia Civil inviata per le strade di Barca, parla del resto chiaro in tal senso; con i segni tangibili lasciati dall’evento, che fece il giro di mondo, ancora evidenti per tutta la città. Dalla finestre dei quartieri con la bandiere indipendentiste ( con colori a strisce giallorosse), a scritte per la libertà dei politici arrestati, per una lotta culturale e storica che va avanti dal ‘600 e non accenna a fermarsi, riesplodendo a periodi da almeno cinque secoli a questa parte.

Fa strano dunque passare, nel giro di mezz’ora, dal cuore pulsante della causa indipendentista (sita nei quartieri residenziali) a zone come il Barri Gotic, fino all’eloquente Barceloneta: una zona fatta ad hoc per le Olimpiadi del ’92, in stile Miami o giù di lì…con spiaggia, mare e alberghi extralusso atti a dare un tocco di ipermodernità al tutto. Bello eh, per carità: ma falso, falsissimo. Palesemente artificiale: come una bella donna rifatta da capo a piedi: bella, sì…ma non reale, non vera. Questione di gusti, eh: ma per chi conosce Riccione e zone limitrofe, non ci sarà nulla di nuovo, nella spiaggia fake di Barca. De Gustibus.

E il Camp Nou? Nella zona alta, intesa come più lontana dal mare: dove la cultura locale si respira a pieni polmoni. Ma anche qui, ancora una volta, ecco tornare più forte che mai l’unione tra opposti: perché nel tempio della catalanità, del “ più di un club”, simbolo dell’orgoglio locale, fronde di turisti affollano stadio e zone circostanti, in numero massiccio nonostante il periodo estivo. Il trionfo del Made in Barca nel mondo: e come sia stato possibile un miracolo del genere (il successo, cioè, di un marchio strettamente locale, a livello planetario) lo si può poi verificare nel museo adiacente allo stadio: dove la storia del club azulgrana emerge in tutta la sua incredibile vicenda, dallo scioglimento durante la dittatura di Rivera, tra anni ’20 e 30, al difficile periodo del franchismo, dove nella censura totale di linguaggio e tradizione, oltre che di ostracismo sul piano sportivo, il club locale divenne a tutti gli effetti l’unico custode della cultura catalana, mai in ostaggio e sul punto di sparire come in quegli anni.

Perché prima del successo mondiale, del Dream Team e in generale della squadra “multinazionale” tifata in tutto il mondo, il Barca fu appunto questo: e cioè l’unica ancora di salvezza per un popolo sul punto di sparire. E alla luce di questo: l’Espanyol, la seconda squadra di Barca…chi la tifa? Gli immigrati andalusi, dicono i sostenitori azulgrana. Non i veri barcellonesi. Chi lo sa: di certo c’è che la prossima volta toccherà allo stadio biancoblu esser visitato. Oltre che, ovviamente, alla visione del derby dal vivo.

In sintesi, dunque: qual è l’impressione complessiva data da Barca? Positiva, nel complesso: non da visitare d’estate, di sicuro. Ma lodevole, per il tentativo non facile di un giusto incontro tra le tradizioni del passato, strenuamente difese, e lo sguardo volto al futuro, per un’operazione non facile che, dalle parti della capitale catalana, sembra però riuscire al meglio.

Infine pillole di vita vissute, più o meno rilevanti: una birra piccola pagata 7 euro al Pascià, ma solo 1,50 in un bar nelle zone non turistiche, un cameriere magrebino poliglotta che parla cinque lingue, ma che parla il calabrese credendolo l’italiano, scale mobili e gru un po' ovunque, quasi a far da testimoni di una città in continuo divenire, lo sciopero generale dei taxi ed una chica locale che, ad un tentativo di approccio del sottoscritto, provato in un goffo castigliano ( se va bè, figurati se provo poi in català…), se la ride di gusto, in modo beffardo, facendo sprofondare chi scrive almeno due metri sotto la sabbia della Barceloneta.

Italians do it better: figure di emme, s’intende…