Un giro per Imola

Domenica 27 maggio: la prima domenica senza serie A.

La prima domenica senza Bologna.

Dramma, tragedia.

Per fortuna che c’è il calcio minore: perlomeno. La voglia insaziabile di pallone, tipica di ogni italiano che si rispetti, anche questo weekend può essere soddisfatta: che poi… “minore” a chi? Solo per l’assenza di divi iper-tatuati, con stipendi hollywoodiani? Per i campi polverosi senza sponsor? O… cos’altro? Chi ha una risposta valida parli ora…o taccia per sempre.

Quindi, morale della favola: si va in direzione Imola, a neanche cinquanta kilometri dal capoluogo. Il motivo? La finale dei playoff del girone D: dei Dilettanti, per essere precisi. Il quarto livello del pallone italico.

Di fronte l’Imolese, appunto, e il Forlì: per un derby classico della via Emilia. Già Romagna, a dirla tutta: ma con Imola, sulla carta, ancora dentro la provincia bolognese. Quindi, ad essere precisi, un Bfc-Cesena sotto mentite spoglie: o quasi. Considerando che almeno il trenta per cento del tifo bianconero viene da Forlì, e che nella città del Santerno abbonda il tifo rossoblù, potrebbe anche essere: mettici poi anche i soli 40 kilometri a distanziare i due centri ( con in mezzo Faenza, sotto Ravenna, a fare da linea di confine) e il fatto che sia una finale…eh allora sì, che le premesse per un pomeriggio di calcio, quello vero, ci sono veramente tutte.

E non serve un monologo di Caressa, prima del match, per spiegarlo.

Premessa: sì, ero già stato altre volte dalle parti di Imola. Per l’Imolese ( come scordare quella sfida col Parma di due anni fa…), ma non solo: questioni di ragazze, di pranzi e di una comparsata, in tenerissima età, anche al Gran Premio di San Marino, quando ancora esisteva ( per poi lasciare posto ad Azerbaijan, o come caspio si scrive, Qatar e compagnia: che tristezza…). Ma questa è un’altra storia.

Poi certo, il fatto che per arrivare allo stadio si debba passare sotto il circuito fa sempre riflettere, in tal senso. E fa salire il magone: di un tempo andato, che non tornerà più. Mezzo secolo di storia cancellato così: grazie, globalizzazione. Che nel calcio, come nella Formula Uno avanza inesorabile e impietosa, distruggendo qualsiasi tipo di storia-barra-tradizione gli si ponga davanti. Il tutto nel nome del Dio Denaro: il vero e unico padre-padrone di tutti.

Ma torniamo a noi: quella in questione è la prima domenica “estiva”. Fa caldo, caldissimo: più che maggio sembra luglio inoltrato. Il cielo, a dirla tutta, presenta anche qualche nuvolaglia: ma questo non incide di certo sul mitigamento del clima. Più che al “Romeo Galli” bisognerebbe andare dritti verso il mare: che da qui, in effetti, dista meno di un’oretta di treno.

Dalla stazione allo stadio ci sono quei 2-3 kilometri: c’ero già stato, sì, ma la memoria spesso inganna, e dunque, per non incappare in brutte sorprese e perdermi per l’antica Forum Cornelii, tocca chiedere informazioni ai passanti.

 

“Scusi dov’è lo stadio?”

 

“Quale stadio?”

 

“Ma come quale, quello dove gioca l’Imolese...il Romeo Galli!”

 

“Ahhhh…stadio… è una parola grossa… comunque sempre dritto di là per un venti minuti, e ci sei…”

 

E dunque su per la via delle acque ( o qualcosa di simile), dove il Santerno, citato pure da Dante nel canto XXVII (quello, per intenderci, di Guido da Montefeltro) si mostra in tutto il suo splendore.

Non male nel complesso Jomla, come pronunciata nel dialetto cittadino: bolognese sulla carta, ma già così Romagna di fatto. Una linea di confine, metaforica e non solo: eppure qui, come già detto in precedenza, le simpatie per il rossoblù bolognese abbondano. Un illustre cittadino di queste parti? Giancarlo Marocchi: non amatissimo, a dirla tutta, dal pubblico felsineo. Per i suoi trascorsi juventini, e il suo commento considerato fazioso su Sky. Ecco, forse il Marocchi rappresenta al meglio la vera anima imolese: un po’ bolognese e un po’ juventina, quindi già romagnola ( si scherza eh…).

No comunque, sul serio: la strada verso lo stadio è uno spettacolo.Tracce del periodo rinascimentale, tra i più gloriosi della storia cittadina, si susseguono lungo il sentiero. Figura importantissima da queste parti fu Caterina Sforza: promessa sposa a Girolamo Riario, signore di Imola e Forlì, dopo il cui assassinio, avvenuto in circostanze misteriose, ne raccolse in toto l’eredità ( mica scontato all’epoca per una donna) regnando da imperatrice su quella parte di Romagna.

E dunque qui ci ricolleghiamo all’attualità: con Imola e Forlì, da sempre protagoniste nelle vicende storiche romagnole, a fronteggiarsi oggi per un posto in paradiso. O quasi. Nel senso che chi vince non va diretto in serie C, ma si mette in pole position per i ripescaggi: che a dirla tutta, con l’incubo delle “seconde squadre” lì lì dal diventare realtà, diventano poco più che un’utopia.

Benvenuti in Italia, signori.

Comunque la posta in palio è di certo alta: quantomeno per l’onore. E per lo scettro di quella parte dell’entroterra calcistico romagnolo. Grande favorita l’Imolese: che per il secondo anno conclude la stagione regolare ad un passo dal primo posto. L’anno scorso fu il Ravenna a beffarla con un incredibile rimonta, quest’anno il Rimini, neopromosso dall’Eccellenza: sono sempre delle colleghe romagnole a mettere i bastoni tra le ruote ai santernini ( pericoloso neologismo: si può dire?). In finale, ovviamente, un’altra figlia di Casadei, solo che dell’entroterra: quel Forlì retrocesso dal professionismo, ma voglioso di risalire al volo. E la rimonta finale parla per i biancorossi: da sesti a terzi, in meno di un mese. Poi il passaggio del turno in semifinale, contro l’ostico Fiorenzuola: 0-0 dopo t.s., e non servono i rigori, perché giustamente la miglior classificata passa in caso di pareggio. Così è successo anche all’Imola, che ha dovuto sudare ben più del dovuto con la Sangiovannese: 2-2, concludendo in dieci dopo i 180 minuti.

Una grande sofferenza per entrambe: ma infine eccole lì, all’ultima partita stagionale. Ad un passo dal traguardo: da Forlì c’è un bell’esodo, almeno 300 supporters. Nel complesso non male il Romeo Galli: accerchiato dal verde, con delle curvine molto particolari e la tribuna di più recente manifattura, come si può vedere dalla modernità dell’impianto. 4mila i posti complessivi: certo non un Camp Nou, ma di sicuro adatto a quello che è la realtà imolese.

A questo punto urge mettere una parentesi: perché per il sottoscritto, teoricamente, ci sarebbe da ritirare un accredito presso la biglietteria. “No, non c’è” mi dicono sicuri dal gabbiotto. Controlli meglio per favore. Non c’è sul serio. Due chiamate, tre. Nessuno riesce a risolvere il problema. Servirebbe un signor Wolf, ma probabilmente, se c'è, è a Riccione a prendere il sole. Perfetto: considerando la mancanza di denari ( il biglietto costa 12, non proprio un prezzo di favore…), decido che sì, guarderò la partita dal bosco circostante, proprio sotto il settore ospiti: che tanto si vede praticamente come dallo stadio.Cioè non proprio uguale in realtà: ma in questi casi va bene così.

Primo tempo soporifero: il caldo si fa sentire, e le due squadre paiono soffrire l'arsura più del dovuto. Il pubblico ospite stuzzica a più riprese quello casalingo ( cori anche contro Ravenna), che è però troppo concentrato sull’importanza della partita per rispondere: col punteggio fermo sullo 0-0 si va alla ripresa, con l’Imolese che prende in mano il pallino del gioco.

Garattoni, terzino destro classe ’98 di proprietà del Cesena, la sblocca: 1-0 per i padroni di casa. Che a questo punto devono solo gestire il vantaggio: la rete taglia le gambe agli ospiti, che perdono fiducia in sé stessi. Nel finale c’è un rigore per l’Imolese: quando i padroni di casa possono chiuderla, ecco però che la famosa lotteria decantata da Elio e le Storie Tese ( "il capitan della compagnia...sta piangendo perchè ha sbagliààà...") sale in cattedra. Il portiere la para: capovolgimento di fronte, a pochissimo dalla fine. Un colpo di testa deciso viene deviato miracolosamente dell’estremo difensore casalingo. Incredibile il calcio: un minuto prima la stavi per chiudere sul 2-0, sessanta secondi dopo rischi di subire il pareggio, che avrebbe voluto dire supplementari. Non è uno sport per deboli di cuore.

Al triplice fischio il pubblico tira un sospiro di sollievo: ma così c'è ancor più gusto. Soddisfatti anche gli ospiti, che non possono rimproverare nulla ai propri giocatori: solo applausi per loro. Scatta la festa, ma solo a metà: perché per essere ripescati servirà un miracolo.In quale altro mondo vinci la finale playoff e non sei promosso? Pazzesco, a pensarci.

Sulla strada verso la stazione c’è il tempo per dare un’ultima occhiata alla bella Imola: sentire due “omarelli” del posto che si lamentano della crisi dei valori e del fatto che “piove governo ladrissimo” ( nel dialetto locale, giusto compromesso tra il bolognese e il romagnolo), perdere il treno per colpa di una lunga telefonata e rendersi conto di non aver soldi per il ritorno a casa, che sarà affrontato dunque in uno stato di tensione perenne per il presunto arrivo del controllore.

Che per fortuna non arriverà.

Domeniche, per così dire, alternative…