Cesare, Bologna e il Bologna

 

26 giugno 2018: segnatevi questa data.

 

Che non finirà forse nei libri di storia (nazionale, s’intende) ma si ritaglierà certo un posto importante in quella dei Portici. Il motivo? Quarant’anni dopo Lucio Dalla, riecco un bolognese protagonista nel suo stadio. Con quarantamila persone sugli spalti ad assistere al suo scatenato show: tra balli sfrenati, espressioni dialettali, sonate di pianoforte e battute fulminanti. Con la splendida cornice del Renato Dall’Ara (e dove sennò?), riadattato per una sera a palco musicale, a far da contorno.

 

Cesare Cremonini e Bologna: una lunga, lunghissima storia d’amore, nata nel marzo del 1980.Da Carla, professoressa di lettere, e Giovanni, medico dagli occhi “gialli e stanchi” (già protagonisti della celebre “PadreMadre”): da allora, in particolare da fine anni ’90, una carriera in continua e costante ascesa, con l’apice di ieri sera a coronamento di uno splendido sogno: suonare allo stadio, anzi, di più…nel suo stadio. Nel Renato Dall’Ara di quel Bologna di cui Cesare è ovviamente tifoso e sostenitore.                                                      

 

Data a conclusione, questa, di un tour che l’ha portato negli impianti di tutta la penisola, facendolo così entrare nel club esclusivo dei vari Tiziano Ferro, Jovanotti e compagnia: cerchia ristrettissima che, da questo giugno 2018, vanterà anche un figlio della Grassa tra i suoi membri.

 

Re del Pop Italiano, idolo del gentil sesso, ma non solo: persino profeta in patria, laddove tutti di solito falliscono. Perché nessuno, o quasi, come quel famoso libro c’insegna, fa bene a casa propria: ma c’è pur sempre qualche eccezione alla regola. E ad oggi, il signor Cremonini, s’identifica non solo alla voce di “cantante italiano”, ma anche e soprattutto come cantore per eccellenza di Bologna (anche più di Luca Carboni? più avanti ne parleremo), città nella quale, specifica, scrive e trae ispirazione per tutti i suoi pezzi da quando aveva circa quattordici anni.

 

Se questo poi basterà ad incensarlo Signore della Grassa, con tutto il rispetto per chi c’è stato, c’è e ci sarà, starà poi ai posteri dirlo: di certo, ad oggi, c’è che Bologna-città e Bologna-squadra (che sono poi un tutt’uno) non sono mai state così vicine ad avere un proprio cantore ufficiale. Un proprio simbolo, insomma: come Bulgarelli lo fu nel calcio, negli anni ’60. Ruolo ripreso oggi, in campo musicale, da Cesare Nostro. Che nella sua vasta produzione, del resto, ha sempre messo una costante e rituale presenza della Grassa (attenzione, non la bolognesità, della quale Dino Sarti resto l’unico ed indimenticabile cantore, ma Bologna intesa in un’ottica nazionale, sulla scia già intrapresa da Lucio e Luca anni prima), sua musa ispiratrice a partire dai suoi primi pezzi coi Lunapop, in particolare da quel 50special (hit senza tempo dove si narrava, appunto, di una fuga in moto sui colli bolognesi), che diede notorietà nazionale al gruppo.

 

Sintonia, quella della band, che durò solo il tempo di un album, rimasto comunque nella leggenda, …Squèrez?, risalente all’Anno Domini 1999, quando il panorama musicale italico venne appunto travolto dall’onda di Cesare e compagni. Parentesi dei Lunapop che, a posteriori, rimane comunque una piccola esperienza della già corposa discografia del Cremonini: che già dal 2001, ad un anno dallo scioglimento della band, prese la non facile decisione della strada da solista, rischiando ed infine vincendo (sei album all’attivo, l’ultimo l’anno scorso, Possibili scenari) per una crescita capace di portarlo dai palazzetti bolognesi, prima, agli stadi di tutta Italia, poi.

 

Fino alla data storica e senza precedenti del Dall’Ara: che ricorderemo tutti a lungo.

 

E dunque, conscio del successo consolidato da solista, pareva ovvio per il Cremo partire con i pezzi più famosi dell’ultimo decennio: che il sottoscritto ammette di non conoscere troppo a fondo, perché sinceramente quell’eccesso della parola “amore” e quei toni smielati da teenager non è che rispecchino appieno i suoi gusti. Poi certo, il mercato ha determinate richieste, ed è giusto a volte venirgli incontro. Di certo, tra le più riconoscibili, c’è Possibili Scenari, titolo omonimo dell’ultimo album, Kashmir Kashmir, uno degli ultimi estratti in termini di videoclip, poi un salto nel passato, con PadreMadre, probabilmente una delle sue migliori di sempre, ed infine Il Comico, La nuova stella di Broadway, Latin Lover (“canto alle donne ma… parlo di me”), fino a Lost in the weekend e Figlio di un Re, che compongono la prima parte della serata, durante la quale Cesare, da novello Freddy Mercury (suo grande idolo d’infanzia) si prende sulla spalle la folla, che pende dalla sue labbra, la carica e la fa cantare con passionale partecipazione ogni singola canzone le venga proposta.

 

Perché giocare in casa aiuta, si sa, ma a volte può essere un’arma a doppio taglio: ed in questo stadio, in questa città, c’è da sempre la pesantissima eredità lasciata da un certo Lucio Dalla che aspetta di essere raccolta. Cesare, al momento, pare forse il più accreditato sulla lista: perché all’immancabile dose di malinconia, tipica di ogni bolognese che si rispetti, (Luca Carboni docet), il Cremonini, nella ricerca del suo stile personale, è riuscito ad unire anche un’invidiabile energia vitale, positiva, che probabilmente trova la sua summa nella canzone Mondo, che risulta la più coinvolgente in termini di ballabilità e  fisicità.

 

 Malinconia, dunque, ma anche voglia di vivere: di rispetto per il passato, ma con sguardo volto al futuro. E quando a una certa Cesare si siede al piano e fa il commovente tributo a Lucio, suonando L’anno che verrà, il risultato è da sincere lacrime di commozione: con la canzone cantata ogni domenica dopo una vittoria del Bologna, così legata ormai alle sorti del sodalizio rossoblù, che rimbomba nella notte di giugno dell’estate felsinea, cantata all’unisono dai quarantamila del Dall’Ara.

 

Uno spettacolo.

 

A proposito dello stadio: vederlo così, in quest’inedita veste, fa un po’ strano all’inizio. Per il sottoscritto, neofita degli eventi extracalcistici del Dall’Ara, che nella sua lunga vita ha ospitato di tutto (dai concerti, al Papa, passando per partite di football americano ai raduni dei Testimoni di Geova), è una sensazione inedita, fastidiosa in principio, ma piacevole poi, anche alla luce delle tante, tantissime maglie rossoblù, che affolleranno anche in quest’occasione i dintorni e l’interno dello stadio. Vien poi naturale da chiedersi se, i tanti fan di Cesare da fuori Bologna, riescano a capire appieno lo speciale legame in atto tra città, squadra e cantautore: probabilmente no, anche se alla maggior parte, del resto…non è che interesserà più di tanto.

 

Perché oramai, la fama del Cremonini, è di carattere ampiamente nazionale.

 

Dunque il rapporto tra Bologna e il suo Cesare, può esser paragonato a quello tra la Manchester Blue e gli Oasis, tra Venditti e Roma, Pino Daniele e Napoli? Un legame, cioè, talmente solido, da sfociare in simbiosi: Cremonini=Bologna. Equazione corretta? Un punto a favore di questa tesi viene da un episodio specifico della serata: quando un Cremonini reduce dall’ennesima trasformazione vestiaria (si son contati perlomeno cinque o sei cambi d’abito), si ripresenta in scena con la nuova maglia rossoblù, presentata proprio in data odierna dalla società. Testimonianza, questa, di un rapporto fortissimo tra il club felsineo e il cantautore: che nel corso della serata si è lasciato andare a colorite espressione locali ( “Mò soccia ragàz”), reso il giusto tributo al compare Ballo, fedelissimo dai tempi dei Lunapop, chiamato sul palco per l’applauso finale ( “E’ cresciuto nel quartiere Saragozza, il ragazzo…è andato pochissimo a scuola, il ragazzo…”) e si è tenuto alla fine anche tempo per annunciare un tour-gastronomico, dopo quello negli stadi, tra le trattorie locali della città, a suon di tagliatelle e tortellini (“Ci vedremo in giro: me lo sento…” conclude stremato con un sorriso).

 

Fantastico, no?

 

Bologna pare dunque aver trovato il suo nuovo cantore “ufficiale”: in Italia e nel Mondo. E la serata appena trascorsa sembra proprio aver fatto da testimone, in tal senso.

 

Un suo figlio prediletto, nato e cresciuto tra le sue Mura. Figlio di un Re, ma anche Comico: Latin Lover, ma che nega di esserlo. E che soprattutto, nonostante il successo nazionale, resto un amato, amatissimo personaggio locale (alzi la mano chi non ha un amico che sostiene di aver visto il Cesare al Cocoricò in condizioni tutt’altro che sobrie o a San Luca a correre prima di un live…) dai modi di fare e gli atteggiamenti così semplici ed educati, così…in fondo…semplicemente BOLOGNESI.

 

E di questo, cioè di un loro concittadino che porta in alto il nome della città, i bolognesi non possono che andare fieri. Perché quando guardano in faccia Cesare, in fondo, non fanno altro che rispecchiarsi: nella loro unica e particolare bellezza…

 

di Stefano Brunetti