La triste storia di Cesare Alberti

32 reti in 45 partite, a neanche diciott’anni: l’aria da predestinato, da futuro campione. E invece no: perchè a volte la vita è beffarda. Rivelandosi spesso degna del miglior tragediografo. Ecco a voi la triste storia di Cesare Alberti. Triste? Tristissima. Un golden boy in ascesa, dal sicuro avvenire: che a soli ventun’anni, però, dovette dare l’addio all’amato pallone. E alla vita, pure.

Il calcio e la tragedia: un binomio spesso ricorrente, nella storia di questo sport. Fin dall’alba dei suoi tempi: Cesare Alberti, dicevamo. Bolognese di provincia, nato nel 1904 a San Giorgio di Piano ( come Dino Fiorini, altro calciatore dal controverso epilogo), un prodotto Made in Bo, di casa nostra: a sedici anni già titolare in serie A. Non solo: nel suo Bologna, dove è tra i giocatori più decisivi. La prova? Nel biennio ’20-’22, come detto sopra, segna una caterva di goal. Il tecnico Hermann Felsner stravede per lui, e ne fa presto uno degli assi portanti della sua squadra. Che sta pian pian mettendo le basi per l'assalto ai piani alti: nel febbraio del ’22 il Cesare fa anche una comparsata in azzurro. La partita è un amichevole contro la Francia-Operai, che vede gli azzurri trionfare per 7-2. Con ben 6 goal di Alberti: che ha la strada spianata, di fronte a sè. Nel Bologna, e pure in Nazionale: dove a novembre dello stesso anno è in odor di convocazione (per un'amichevole sotto le Due Torri), quando ecco accadere il fattaccio.

Lesione al menisco, per l’epoca un infortunio irrecuperabile: stop momentaneo col calcio. Ma l’Alberti non demorde, e non si dà per battuto. Si affida dunque alle cure del professor Federico Dargo, chirurgo genovese tra i più esperti in materia: che tenta l’impossibile. L’intervento, incredibilmente, riesce: e alla fine del 1924, dopo due anni di stop, Cesare può tornare in campo.

Non nel Bologna, che nel frattempo gli ha concesso la lista gratuita ( e sostituito da un giovanissimo Angelo Schiavio, che farà parlar di sé), ma nel Genoa: che trovandolo già sotto la Lanterna gli ha offerto un ingaggio, dandogli una chance per ripartire.

Piccolo excursus storico: la squadra genovese ha appena vinto il nono titolo. Indovinate un po’ contro chi? Sì: contro il Bologna. Eliminato nella finale di Lega Nord, dopo 180 minuti al cardiopalma: teatro di polemiche e tensioni tra una fazione e l'altra. Ed è ovvio, dunque, che pubblico e calciatori bolognesi abbiano il dente avvelenato contro i propri colleghi: che ai nastri di partenza della stagione successiva hanno un obiettivo esplicito. La vittoria del decimo scudetto: quello della Stella. Ma ecco ancora una volta il Bologna, in un replay della sfida dell’anno precedente, a fare da ostacolo verso l’imperitura gloria.

Per Cesare Alberti, subito protagonista sotto la Lanterna, è un derby personale: il suo Bologna, la patria. Ragione contro sentimento. Ma in Liguria hanno creduto in lui, dopo il gravissimo infortunio: quindi è ovvio che darà tutto per il Grifone. Allo Sterlino il clima è infuocato: il pubblico non gli perdona il tradimento, dicendogliene contro di ogni. Giuda! Traditore! L’Alberti soffre in silenzio, facendo finta di nulla: segna, anzi, il goal che dopo dieci minuti porta in vantaggio i suoi. Chissà se esulta: probabile di no. Ma non è detto: non c’era mica l’ipocrisia dei giorni nostri, all’epoca. Di certo c’è che il Genoa alla fine vince 1-2, espugnando Bologna: ma al ritorno i rossoblù emiliani la ribaltano, portando la serie a gara 3. Allo spareggio. Con l'Alberti che giocherà tutta l’infinita serie: cinque partite dove ne succederanno di tutti i colori. Anche, soprattutto, fatti extracalcistici. Alla fine comunque la spunta il Bologna: in una maratona incredibile, che arriva fino a gara 5. Giocata a porte chiuse alle prime luci dell’alba.

Bologna che vince il suo primo scudetto, e Alberti che perde la Stella: ma il peggio deve ancora arrivare. L’anno successivo il Cesare parte fortissimo: 8 reti in 11 presenze. Il suo ultimo squillo da calciatore: perché la mattina del 14 marzo 1926, alla vigilia della sfida col Livorno, non aprirà gli occhi. Morte improvvisa, a soli ventun’anni: a causa, dicono, di un’infezione virale. Colpa di frutti di mare avariati, della sera prima. Il mondo del pallone è sconvolto: un suo giovane talento, dal futuro radioso, se ne va in una maniera assurda. Dopo aver combattuto, e sudato, per la sua rinascita: ma a volte, si sa, la vita è ingiusta. E la storia di Cesare Alberti, giovane campione volato via troppo presto, sta proprio lì a dimostrarlo...

 

Stefano Brunetti