Un Bolognese a Milano

Ad un certo punto del viaggio arriva la fatidica domanda

“Ma voi ci vivreste a Milano?”

Diario di bordo, sabato 17 Novembre: in macchina verso San Siro, dove un anno esatto dopo il Fattaccio la Nazionale è nuovamente chiamata da una partita da dentro o fuori, da giocare nello stesso posto, stesso giorno e stesso orario. Roba, per chi è scaramantico, da mani perennemente in quel posto.

Quattro bolognesi, non tutti bolognisti, ma comunque pallonomani cronici, sono in viaggio per la propria dose di calcio settimanale verso MI, dove alle 20.45 è atteso il fischio d’inizio di Italia-Portogallo, ultima partita degli azzurri della Nations League, da vincere assolutamente per continuare a sperare nel passaggio di turno, inteso come semifinale.

Durante il viaggio, come da prassi, si parla di tutto tranne che di pallone, argomento tabù quando si va a vedere una partita (ma a pensarci, neanche più di tanto: secondo voi, i soldati in viaggio verso il fronte, parlavano di guerra?), i discorsi vertono dunque su gusti musicali più o meno discutibili, un lieve accenno al modulo scelto da Mancini e poi la conversazione che diventa preda dall’argomento più amato dall’Italia Berluschina (e non solo), che non serve star a specificare.

L'attualità infine subentra: nel senso di Milano, la meta da raggiungere. Dove si va, che si fa a Milano? Al Duomo, semplice: maestoso, incredibile a primo impatto. Ma quelle palme in piazza, orrore. Milano vista da occhi bolognesi, ci si potrebbe scrivere un libro a proposito: il sentirsi improvvisamente così di provincia, così piccoli rispetto a tutto. E riscoprirsi così fortunati, a non vivere lì: dai, sul serio? Ma sì, certo. Per il sottoscritto non ci son dubbi: il centro di tutto e niente, sdradicato dalle proprie radici. La New York Italiana, come la chiamano: ma c’è davvero da esserne così fieri? Sia chiaro, chi come il sottoscritto ama il poliziesco anni ’70 gode nel riconoscere posti simbolo di quell’atmosfera ( Milano Calibro 9, eccetera…), ma per il resto, per chi scrive, non c’è proprio nulla da invidiare; meglio il paesone Bologna, tutta la vita.

Comunque, considerazioni di parte a parte, si rimane sempre stupiti nel camminare per Milano, la vera capitale italiana: paradossale, per una città così poco nostrana e con sguardo rivolto all’Europa e al Mondo, avente forse nei Navigli l’ultimo appiglio rimasto col nostro Paese; ma così è e dunque lì si va, nel pre-match, a cercare posti che non ti spennino nel pieno stile milanese e magari unir l’utile al dilettevole, nel senso di rapporto cibo-alcool giusto per scaldarsi in vista di una serata che si fa sempre più fredda, con l’inverno d’improvviso alle porte. E sui Navigli, sinceramente, si sta bene e si potrebbe anche stare oltre, ma l’orario chiama e per arrivare a San Siro ci sono almeno due-tre metro da prendere: morale della favola, si entra proprio durante l’esecuzione dell’inno, col solito stupore che accompagna la visione della stadio, strapieno in ogni ordine di posto e così incantevole nel suo vestito serale. Il risultato finale lo sappiamo tutti, quindi non serve stare a rimarcarlo e nemmeno dare la colpa a quello o quell’altro per i goal mancati: piuttosto emergono due considerazioni più una.

La prima: dal Secondo Anello ( curva nord dell’Inter) dove si trova il sottoscritto si vede meglio che dalla piccionaia degli ospiti, ma serve comunque lo stesso il cannocchiale.

La seconda: non è possibile anteporre le proprie simpatie del club durante una partita della Nazionale, dimostrazione di arretratezza non solo culturale, ma di buon senso ( il riferimento dei fischi a Bonucci son tutt’altro che casuali).

Il più una: lasciando stare la vergogna e l’imbarazzo per i “m...” gridati al portiere avversario dopo ogni rinvio, rimane davvero un gran peccato l’assenza di un tifo organizzato imponente, come nei paesi balcanici e della Gran Bretagna. Certo, situazioni e storie diverse, ma le poche volte che i 70 e passa mila di San Siro si coordinano per cantare motivetti per lo più banali subentra sempre la pelle d’oca, col rimpianto di pensare a come sarebbe se ci fosse un organizzazione corale in stile club. Per carità, sogno impossibile e forse relegato all’armadio delle chimere, ma che in fondo potrebbe anche far bene nel cementificare un paese giovane, non solo sul piano calcistico, per creare una vera e propria coscienza nazionale che parta dal piano civico per poi estendersi in toto al pallone. Nel dopo-partita, comunque, la delusione per la mancata vittoria lascia spazio all’ebbrezza della Milano da Bere: si torna ai Navigli, a recitare il ruolo dei Gigi e Andrea, bolognesi in versione estera spacconi e presunti figli di nobili ( si va dalla dinastia Vacchi ai Marchesini) a parlare con tutto il gentil sesso che si trova, specie per lo più estero (meglio se mujeres latine, che tra l’altro abbondano dalle parti del centro meneghini come in pochi altri posti), salvo poi tornare ad ora tarda verso la Grassa, geograficamente non poi così lontana, ma sul piano ideologico distante migliaia di chilometri. E dunque si chiude con la fatidica domanda, sulla strada del ritorno,

“Ma voi ci vivreste a Milano?”

C'è chi tentenna, ni, so, ma poi San Luca si staglia tutto figo sullo sfondo.

No: risposta secca che non ammette repliche.  

 

di Enea Guerzoni