Cronaca di una trasferta di inizio marzo

Peggio di così, il mese non poteva cominciare.

Poi va bè, si sa che bisogna sempre sdrammatizzare: che il calcio è solo un gioco ed è la cosa meno importante tra le più importanti (o era il contrario?).

Bella cazzata: a cui non hai mai creduto nessuno. Ma nessuno eh.

Comunque, partiamo dall’inizio: domenica 3 marzo 2019. Un clima tendente al freddo accoglie il risveglio di Bologna; freddo, ma soleggiato: e soprattutto, carico di tensione. Il motivo? C’è un esercito in partenza, a tinte rossoblù, verso Udine: la sede, cioè, della prima finale in chiave salvezza; perché al “Friuli” (non Dacia Arena) ci si gioca una larga fetta del campionato. Nonostante, sia chiaro, manchino ancora dodici partite. Cioè un’infinità; ma la posta in palio, inutile negarlo, è bella alta. Altissima.

Ci si muove con tre tipi di mezzi: auto, pullman, treno. Ovviamente il più comodo è il primo, per chi ce l’ha: che ti consente, chiaro, un’autonomia notevole, rispetto gli altri. Ergo, volendo, di arrivare prima per un giro in città. Udine: lontana tre ore di autostrada, circa. Una media-sfacchinata su tre regioni: l’Emilia ferrarese, il Veneto padovan-veneziano, ed infine il Friuli. Che certo, rimane una delle regioni meno decantate d’Italia: e ad entrarci, si capisce anche il perché. Non ce ne vogliano i nostri amici friuliani, ma tutti gli stereotipi riguardo alla regione sembrano veritieri: almeno così, a primo impatto. Una lunga distesa di nulla, che si protrae per chilometri: poi per carità, tutti sappiamo che ogni terra ha i suoi particolari. Ad esempio, qui, c’è il bilinguismo, dettato dallo statuto speciale. Quindi non stupisca, quando si entra nel capoluogo, a vedere sotto la scritta di Udine quella di Udin. Vi immaginate farlo a Bologna? Comunque due parole su Udine città: come ben definita da uno dei compagni di viaggio, una Imola più austro-ungarica. Nel senso che è piccolina, ma con quella chiara ascendenza estera (l’Austria a 50 km, la Slovenia a 20) a renderla unica.

In centro c’è il carnevale, con tutta la distesa di genti munite di spritz (“e sei in pole position!” semi-cit.); il castello da cui tutto s’intravede (anche le vicine montagne), il Duomo e in pratica basta. La bandiera del Friuli, aquila gialla imperiale su sfondo blu, svetta in centro: un panino con prosciutto San Daniele (di queste parti) e poi è la volta di dirigersi verso lo stadio, la Dacia Arena (Dio del Calcio, perdonali: perchè non sanno quello che fanno); situata appena fuori città, di fianco al palazzo dello sport, con intorno il deserto. Da fuori, una strttura imponente: e moderna, soprattutto. Non c’è che dire: sembra di essere in uno stadio da Premier League/Bundesliga, ad oggi i migliori per distacco. Peccato giusto per quei seggiolini colorati, che non ci stanno a dir nulla (farli bianconeri no, eh?).

Da Bologna, come anticipato, un esodo senza precedenti, quantomeno per la stagione corrente: tremila perlomeno, con settore ospiti esaurito in due giorni e tanti bolognesi sparsi tra tribuna e distinti. Per un giorno sembriamo noi, gli infiltrati ovunque: a mò di gobbi; con la differenza, chiaro, di essere geolocalizzati, e tutti dalle Due Torri. Un dettaglio da non trascurare.

Capitolo pubblico di casa: in settimana aveva annunciato la contestazione alla squadra, ma visto il massiccio arrivo di ospiti, ha optato infine per il dietrofront. Non c’è il tutto esaurito, la curva presenta un discreto colpo d’occhio, anche se potrebbe fare di meglio. Il grande striscione che compare nei distinti (“Fuarce Udines, Fuarce Friul"), accompagnato anche dal nome della regione, sottolinea come quella bianconera sia a tutti gli effetti la nazionale friulana, di tutta la provincia (tolta ovviamente la zona giuliana, dove la Triestina, acerrima nemica dei bianconeri, si prende l’altra metà del tifo regionale).

Si parte, e l’armata rossoblù fa tremare la Dacia Arena: sugli spalti e sul campo, dove l’inizio è di marca bolognese; poi Andrea Poli si ricorda che non può fare due partite di fila fatte bene, e causa con un’ingenuità il rigore (al limite) che De Paul trasforma. 1-0: ma è solo l’inizio. Palacio, a coronamento di un’ottima azione, pareggia il conto. Si va così all’intervallo sul 1-1; durante la pausa c’è tempo di una toccata e fuga al bar. Davvero bello, tra parentesi: pure con posti per sedersi, stile pub. Le due tifoserie si mischiano, senza creare problemi di alcun tipo: sono troppo concentrate e tese sulla propria squadra, per pensare ad altro. Tra l’altro, piccola nota a margine, fa sorridere sentire il curioso accento friulano, che riporta alla mente uno dei suoi più famosi divulgatori a livello nazionale, Gigi Del Neri. Comunque, repetita iuvant, Dacia Arena, nome (e seggiolini) a parte, promosso a pieni voti.

Inizia la ripresa: ci si aspetta un Bologna in grado di dare il colpo di grazia, dopo l’ottimo primo tempo, ma la partita è combattuta, è un pomeriggio nel complesso di calcio vero. I ribaltamenti di fronte sono continui; Orsolini fa paura a Musso, Pussetto, invece, trafigge a dieci minuti dalla fine Skorupski. Il gelo cala sui tremila, con esplosione invece del pubblico di casa; il Bologna nel finale è schiantato, non riesce a reagire. Dopo il triplice fischio, i giocatori applaudono i tifosi, che per tutta risposta gli dicono di andarsene: il terz’ultimo posto, a -4 dall’Empoli, comincia a farsi pericoloso. Per Sinisa la terza sconfitta di fila: nulla è finito, manca ancora troppo, ma la necessità di punti comincia a farsi impellente. Nel finale c’è qualche scaramuccia, causa sfottò di locali: il caso più triste/ridicolo riguarda un padre di famiglia che comincia a “salutare” il settore ospiti, venendo subito raggiunto dai tanti bolognesi presenti in tribuna, usando poi praticamente il figlio come scudo/scusa.

Infine l’uscita, col ritorno verso casa: tardata forse eccessivamente. A rompere un clima nero, sul tragico, arriva l’urlo di un birromane cronico “Dai muvèt, che devo andare a votare alla Primarie del Pd!”: l’ultimo sussulto, di un pomeriggio (sportivamente parlando) da dimenticare, anche se, vederla dal vivo, sì, è sempre tutta un'altra cosa. Un'esperienza sensoriale diversa, nel bene e nel male. Calcio, semplicemente.