Abolite le feste di laurea

Vagano in giro come zombi, in stati di coscienza più o meno alterati, a starnazzare, bere, urlare slogan senza senso; chi sono? Otto parole: L-A-U-R-E-A-T-I.

Con quella corona d’alloro ormai meno significativa di quella del Mc Donald: dottori, sì; quanto uno Stranamore o un Gelo (quello di Dragon Ball), per l’imbarazzo totale dei parenti, arrivati da chissà quale atollo disperso nel Pacifico, e dell’università che, potesse, ritirerebbe seduta stante la laurea appena data. E poi quei travestimenti: ma perché? Non è carnevale. O forse sì. E quel coro becero e ormai datato, sintomo di un’assenza di creatività raccapricciante.

E’ una generazione logotomizzata, come direbbe il filosofo: che invece di protestare e incazzarsi per una sistema marcio, festeggia l’ingresso nella disoccupazione. Paradosso: una volta, quando la laurea ti dava davvero lavoro, non si festeggiava per niente. Quando mi laureai (anni fa), tornai a casa, diedi la notizia a mio padre, e lui mi rispose “Bravo. Che c’è per cena?”. Ricordi di un mondo più sano, pre-digitale: sempre più lontano nel tempo e nello spazio.